Prendere ciò che tutti considerano normale, guardarlo abbastanza a lungo da renderlo assurdo, e poi scoprire che proprio quell'assurdità racconta la verità.
Quello che sto pensando adesso: spettacoli, appunti, fotografie.
Alessandro La Noce6 novembre 2026
Una donna non nasce con un posto nella società. Impara ad occuparlo, e, prima ancora, impara quale posto le è consentito occupare.
Questo testo è una riflessione teatrale sui meccanismi attraverso i quali una società produce ruoli, aspettative e disuguaglianze, fino a farli apparire naturali.
Non serve sempre un divieto, spesso basta un'aspettativa. Non serve una porta chiusa ma basta insegnare a non attraversarla. Il potere più efficace è quello che non sembra potere, quello che Diventa educazione, buon senso, normalità, quello che trasforma una disuguaglianza in una scelta.
Ma quanto è libera una scelta quando le alternative hanno costi diversi? Quanto vale il merito quando qualcuno ha avuto un aiuto e qualcun altro no? Quanto è personale un desiderio quando abbiamo imparato prima cosa è desiderabile e cosa non lo è?
La pièce attraversa maternità, lavoro, sport, controllo, corpo, età e relazioni per mostrare una cosa semplice e scomoda: la società non ci dice soltanto chi dobbiamo essere. Ci insegna anche a giudicare noi stessi con i suoi occhi. Ed è allora che il controllo raggiunge la sua forma più perfetta, quando non ha più bisogno di qualcuno che controlli perché abbiamo imparato a farlo da soli.
Il segnalibro diventa la metafora di questo processo. Non impedisce di leggere. Indica dove abbiamo deciso di fermarci. E forse il problema dell'uguaglianza non è che non abbiamo ancora imparato a pronunciarla. È che abbiamo costruito una società capace di dirsi eguale mentre continua a distribuire in modo diverso possibilità, autorità, tempo, cura e riconoscimento.
Abbiamo letto il libro ma poi abbiamo messo un segnalibro e ci siamo fermati prima della pagina più difficile. Quella in cui l'uguaglianza smette di essere una frase e diventa una pratica sociale.
Ed infine, la società non ci consegna semplicemente un'identità ma ce la titola, così scopriamo che il vero problema è che quando arrivano i titoli di coda, molte delle cose che credevamo nostre scelte erano già state scritte da qualcun altro.
Nata da un'idea di Riccardo Cecotti con il contributo di Samanta Grossato, questa è un'opera che non accarezza lo spettatore ma lo mette davanti allo specchio. L'autore attraversa così le contraddizioni del nostro tempo, smaschera le ipocrisie e rompe quella rassicurante distanza tra palcoscenico e realtà. Le musiche dei Dieci100, le presenze sceniche e uno strepitoso corpo di ballo fanno il resto.
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Alessandro La Noce4 novembre 2026
La morte di Tinto Brass non chiude soltanto una stagione del cinema italiano, ci consegna piuttosto una domanda che riguarda la società, ovvero chi decide cosa possiamo desiderare, mostrare, guardare e persino pensare?
Da sociologo, credo che Brass meriti di essere sottratto, almeno per un momento, alla caricatura del regista erotico, del provocatore con il sigaro, del voyeur trasformato in fenomeno mediatico. La sua storia artistica è più complessa e, soprattutto, più interessante. Prima di diventare il regista dell’erotismo, Brass è stato un cineasta sperimentale, anarchico, vicino alle avanguardie e alla Nouvelle Vague. Gli esordi, da "Chi lavora è perduto" a "L’urlo", raccontano un autore insofferente verso il conformismo, le istituzioni e le forme tradizionali del linguaggio cinematografico.
Questa dimensione non dovrebbe essere dimenticata, perché ridurre Brass alla sola rappresentazione del corpo significa compiere un’operazione simile a quella che spesso fa la società, quella di semplificare ciò che disturba, catalogarlo e renderlo innocuo.
Per il regista "dionisiaco" il corpo non è mai soltanto corpo, piuttosto una costruzione culturale, un territorio regolato da norme, aspettative, divieti e rapporti di potere. Lo sapeva Foucault, quando ci ricordava che il potere non agisce soltanto reprimendo, ma anche definendo ciò che è normale, accettabile, legittimo e l’erotismo di Brass si colloca proprio dentro questa contraddizione.
In una società che per decenni ha predicato pudore, famiglia, decenza e moralità, il desiderio diventa una questione pubblica. Non più soltanto qualcosa da vivere nella dimensione privata, ma un linguaggio attraverso il quale interrogare le istituzioni e le convenzioni.
La provocazione, allora, non è semplicemente mostrare ciò che è proibito, ma rendere visibile il meccanismo che stabilisce perché qualcosa debba essere proibito.
Ma attenzione, la trasgressione non coincide automaticamente con la liberazione.
È questo a mio avviso il passaggio sociologico più importante. Si può infrangere un tabù e continuare a riprodurre un rapporto di potere. Si può sfidare la morale borghese e contemporaneamente alimentare un mercato che trasforma il corpo in merce.
Nel cinema di Brass la donna assume spesso un ruolo centrale, consapevole, dominante nel gioco erotico e il desiderio femminile viene rappresentato come energia, iniziativa, libertà. Questo è un elemento che, nel contesto culturale in cui si sviluppa la sua produzione, può essere letto come una contestazione della tradizionale passività attribuita alla donna. Eppure, proprio qui si apre una contraddizione. La donna protagonista del desiderio è anche il corpo attraverso il quale lo spettatore viene invitato a guardare e il soggetto della libertà rischia di diventare oggetto dello sguardo.
La domanda a questo punto non è se Brass sia stato emancipatore oppure semplicemente voyeuristico, ma quando il corpo diventa realmente protagonista? Chi possiede davvero il potere della rappresentazione?
Non si tratta di distribuire patenti di moralità ma di interrogarsi sui rapporti sociali che si nascondono dietro le immagini. E questo vale anche per il cinema contemporaneo, per la pubblicità, per i social network, dove il corpo viene continuamente esibito, valutato, monetizzato e trasformato in capitale simbolico.
Penso sinceramente che nel pensiero di Brass, l’eros appariva come una forma di opposizione alla repressione e all’ipocrisia istituzionale. Una gioia carnale contrapposta alla rigidità della morale, alla disciplina sociale, al controllo del desiderio.
Quì il richiamo alle teorie di Wilhelm Reich ci permette di leggere questa dimensione come una possibile liberazione del corpo dalle strutture autoritarie. Ma anche in questo caso occorre evitare l’equazione semplicistica, "libertà sessuale versus libertà sociale". La libertà del desiderio può infatti convivere con disuguaglianze economiche, discriminazioni, subordinazione e sfruttamento. Il mercato può persino appropriarsi della trasgressione, trasformandola in prodotto.
Ecco allora una delle contraddizioni della modernità:
- ciò che nasce come contestazione può diventare merce;
- ciò che scandalizza può trasformarsi in consumo;
- ciò che rompe una convenzione può finire per alimentarne un’altra.
Nel caso di Brass aggiungerei che la sua figura non può essere compresa soltanto attraverso le immagini. La sua produzione dialoga infatti, con la letteratura, da Tanizaki a Moravia, da Cleland a Goldoni, e con una tradizione cinematografica che attraversa sperimentazione, surrealismo e critica sociale.
Questo patrimonio culturale non assolve automaticamente le contraddizioni delle sue opere, ma impedisce tuttavia di ridurle a una semplice operazione commerciale.
La cultura, infatti, non è necessariamente ciò che rassicura. ma talvolta è ciò che destabilizza, mette in crisi le categorie, costringe a guardare diversamente.
E qui torna utile Goffman quando afferma che la società è anche una rappresentazione, fatta di ruoli, maschere e rituali. Brass interviene proprio su una delle maschere più resistenti della cultura italiana, quella della "rispettabilità"!
Dietro la facciata della morale, il desiderio continua a esistere e dietro la censura, la curiosità, così come dietro il perbenismo c'è sempre spesso, l’ipocrisia.
Forse allora il merito più interessante di Brass non consiste nell’aver liberato definitivamente il corpo, ma nell’aver costretto una parte della società a confrontarsi con le proprie contraddizioni. Aver usato la provocazione come dispositivo culturale che rompe l’equilibrio, produce reazioni, rende visibili le norme.
Ma non basta provocare per essere rivoluzionari. Non basta scandalizzare per essere liberi. Non basta mostrare il corpo per liberarlo e la trasgressione, per essere realmente emancipatrice, deve interrogare anche il potere che si nasconde dietro lo sguardo. Per questo Tinto Brass merita una lettura critica, non una celebrazione acritica e nemmeno una liquidazione moralistica.
La sua parabola racconta un’Italia che ha attraversato la censura, la rivoluzione sessuale, il consumismo e la trasformazione del corpo in spettacolo.
Un’Italia che voleva essere moderna, ma che continuava a fare i conti con i propri tabù. E forse, in fondo, il cinema di Brass ci lascia proprio questo interrogativo: abbiamo davvero liberato il corpo, oppure abbiamo soltanto imparato a venderlo meglio? Perché il compito di chi studia la società non è scandalizzarsi davanti alla trasgressione ma capire chi stabilisce le regole, chi le infrange, chi ne trae profitto e chi, ancora oggi, rimane prigioniero dello sguardo degli altri.
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Alessandro La Noce3 novembre 2026
LA CARTA NON È IL TERRITORIO. E IL TERRITORIO NON È SOLTANTO UNO SPAZIO.
Il lavoro realizzato dai ragazzi del Liceo Artistico Renato Cottini (indirizzo Audiovisivo e Multimediale) è un'occasione per guardare un pezzo della Città con occhi diversi: non soltanto attraverso le sue architetture, ma attraverso le tracce della sua storia, le trasformazioni urbanistiche e le relazioni sociali che hanno costruito nel tempo l'identità di questo luogo.
“Città Giardino” nasce nel difficile dopoguerra torinese, quando la città deve ricostruire le proprie abitazioni e rispondere a una crescente domanda di casa. A partire dal 1949 prende forma il progetto di un quartiere ispirato al modello anglosassone delle Garden Cities (abitazioni basse, giardini, spazi aperti e una diversa idea di qualità della vita). Un progetto ambizioso, segnato da difficoltà economiche, che sarà completato soltanto nei primi anni Sessanta.
È una storia che ci parla di urbanistica, ma anche di aspirazioni, promesse, comunità e trasformazioni sociali.
Come Presidente di FormEduca APS e volontario dell'Ecomuseo Urbano della Circoscrizione 2, considero questa iniziativa particolarmente significativa. L'Ecomuseo, infatti, non è soltanto un luogo dove conservare la memoria: è uno spazio nel quale la memoria diventa ricerca, partecipazione e consapevolezza del presente.
E qui entra in gioco anche lo sguardo del sociologo, un quartiere non è la somma dei suoi edifici, così come una comunità non è la semplice vicinanza geografica di tante persone, ma è il frutto di relazioni, vissuti, conflitti, appartenenze e storie individuali che diventano patrimonio collettivo.
I ragazzi del “Cottini”, attraverso la fotografia e la ricerca visiva, ci restituiscono proprio questa possibilità, quella di educare lo sguardo, interrogare i luoghi, scoprire ciò che spesso attraversiamo senza vedere. Perchè il territorio non si legge soltanto sulle carte ma si attraversa nelle sue contraddizioni, si riconosce nelle architetture, nei volti di chi lo abita, ma si racconta anche attraverso gli sguardi, filtrati dalle lenti di una macchina fotografica, capaci di fermare ciò che spesso sfugge, l’anima dei luoghi, prima che diventi soltanto ricordo.
La memoria non è quindi un archivio da consultare, ma una relazione da costruire. E il futuro di un quartiere comincia anche dalla capacità dei suoi giovani di imparare a guardarlo.
Complimenti quindi agli studenti, ai docenti, alle Biblioteche civiche e alle Istituzioni e ai volontari che hanno reso possibile questa bella esperienza.
La mostra allestita negli spazi della Biblioteca civica "Alessandro Passerin d'Entrèves", situata nella storica Cascina Giaione (in via Guido Reni 102) è anche un'occasione concreta per dare visibilità al lavoro dell'Ecomuseo e al rapporto tra scuola, associazionismo e territorio.
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Alessandro La Noce2 novembre 2026
Quarantacinque anni fa, come oggi, varcavo con emozione il portone dell’Istituto Centrale di Statistica. Ripensandoci, mi riconosco ancora in quel ragazzo curioso e inquieto, con la voglia di capire il mondo attraverso i numeri, senza dimenticare le persone che quei numeri raccontano.
In quell’Istituto ho lavorato con passione, imparando che dietro ogni dato c’è una storia, dietro ogni statistica una società, dietro ogni cifra una possibile umanità. Lì ho trascorso anni importanti, lavorando con passione, condividendo giornate, progetti, fatiche e soddisfazioni. Ho lasciato, oltre a una parte della mia vita, amici e colleghi che il tempo non ha cancellato.
Le prospettive cambiano, non necessariamente le domande. E certe emozioni, per fortuna, non fanno statistica: restano fuori da ogni previsione.
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Alessandro La Noce30 ottobre 2026
Una volta si temevano i fantasmi, oggi basta aprire un telegiornale.
Le streghe almeno avevano una scopa, una direzione e qualche potere per chi ci credeva. Noi abbiamo gente che fa politica, parla di sicurezza tutti i giorni per provare a spaventare anche i morti.
Io, in questo buio pomeriggio, farò il pifferaio. Seguirò i bambini in un piccolo viaggio tra zucche illuminate e improbabili esseri inquietanti. Loro porteranno i sogni, io qualche nota stonata e un pizzico d'incoscienza. Perché, in fondo, crescere è inevitabile, ma smettere di credere alla magia è una scelta.
Insomma, questa dovrebbe essere l'unica notte dell'anno in cui indossare una maschera e scherzare con la paura è obbligatorio. Il resto, purtroppo è realtà!
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Alessandro La Noce24 ottobre 2026
Un teatro di collisione laddove il protagonista smonta con lucidità quasi brutale la retorica ecclesiastica e civile. C’è perfino un riferimento storico al convento dei frati minori pinerolesi.
Con il Patrocinio della Società Dante Alighieri di Tropea e quello della Città di Pinerolo.
Prima nazionale da non perdere
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Alessandro La Noce23 ottobre 2026
... quando arrivano i titoli di coda, molte delle cose che credevamo nostre scelte erano già state scritte da qualcun altro.
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Alessandro La Noce29 settembre 2026
Un flusso intenso, lirico, a tratti lancinante. Con poche parole, respiri e note ben posate, i musicisti e gli attori ci accompagnano in un viaggio esistenziale dove ogni istante è sacro, ogni tremito è verità. Il tempo, qui, non è solo tema ma presenza viva: il "tic tac" diventa battito, eco, promessa e paura. Sperare, ci dice l’opera, non è evadere. È costruire. Un atto rivoluzionario fatto di immaginazione e fragilità. E in quel ponte sottile che si tende tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere, lo spettatore trova il proprio posto. "Tic Tac Concert Drama" è teatro che accende, scuote, consola. E quando cala il sipario, resta il silenzio… quello pieno, quello che parla ancora.
Inserito nella programmazione OFF del Festival "l'eredità delle donne" incontra i temi forti come la memoria, il corpo, il desiderio e soprattutto le molte vite che una donna attraversa senza mai essere una sola.
Lo spettacolo gode del Patrocinio della Città di Grugliasco.
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Alessandro La Noce24 settembre 2026
Mi fa piacere prendere la parola come ricercatore sociale. È ciò che ho studiato per tutta la vita, molto più di una semplice disciplina, è ciò che ha formato il mio modo di guardare il mondo.
Ringrazio i colleghi per l’invito. Proverò a fare, semplicemente, quello che un sociologo dovrebbe fare, ovvero mettere in crisi le certezze, smontare gli ovvi e aprire le contraddizioni e non per il gusto, ma perché spesso è proprio dentro le contraddizioni che una società rivela quello che è davvero.
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Alessandro La Noce23 settembre 2026
Sta per partire, presso il Circolo Scherma Collegno, il progetto Nastro Rosa della Federazione Italiana Scherma, un percorso che mette la scherma al servizio della persona, della relazione e della rinascita.
Avrò il piacere e la responsabilità di essere l’istruttore di questo progetto: non soltanto insegnare a tirare di scherma, ma accompagnare ogni partecipante a ritrovare corpo, fiducia e presenza.
Ogni affondo, un passo avanti.