Una lettera teatrale travestita da monologo.
IL BICCHIERE DI NUTELLA
Una lettera che un padre scrive al proprio figlio, ma soprattutto alla distanza che una separazione mette tra le persone senza riuscire, per fortuna, a mettere distanza dall’amore.
È un testo che alterna ironia e dolore, il quotidiano e l’abisso. Lo zaino da riordinare, le briciole sul divano, la Nutella nei bicchieri, fino a quelle due case che diventano improvvisamente troppo grandi per un bambino.
Il padre non è un eroe.
Ed è proprio questo il punto.
È un uomo imperfetto che cerca disperatamente di fare una cosa semplicissima: esserci.
Dietro le battute, le piccole goffag gini e il sorriso, cresce lentamente una domanda terribile: cosa succede quando un figlio rischia di diventare un appuntamento sul calendario?
Qui il teatro diventa memoria, relazione, assenza.
E quella frase "Io sono quello che resta"contiene forse tutto il monologo.
Perché un padre separato può perdere una casa, una quotidianità, perfino il diritto di vedere suo figlio quanto vorrebbe. Ma c’è una cosa che non dovrebbe mai perdere: la possibilità di dire “io ci sono”.
E allora il bicchiere di Nutella non è soltanto un ricordo ma una piccola reliquia dell’infanzia.
Un modo per dire a un figlio: un giorno crescerai, forse mi capirai, forse no. Ma io, intanto, ti ho amato. Sempre.