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atto unico scritto per la Centrale del Latte di Torino

QUESTIONI DI LATTE

Ci sono cose che sembrano troppo semplici per diventare teatro. Una tazza di latte, per esempio.

E invece basta fermarsi un momento — prima di berla — per scoprire che dentro quella tazza ci siamo noi.

La nostra infanzia. Le nostre madri. Le nostre abitudini. La memoria. La paura di crescere. Il bisogno di essere accuditi.

E, soprattutto, il bisogno che qualcuno ci dica: ci sono.

Perché il latte non è soltanto un alimento. È una delle prime relazioni sociali che impariamo a conoscere. Prima ancora delle parole, impariamo il gesto del ricevere. Prima ancora di sapere chi siamo, qualcuno ci tiene, ci nutre, ci protegge. E forse tutta la vita adulta non è altro che il tentativo — spesso abbastanza maldestro — di ritrovare quella sensazione.

Poi però arriva la società E il latte cambia. Da gesto domestico diventa prodotto. Da alimento diventa messaggio. Da messaggio diventa pubblicità.

E la pubblicità comincia a dirci come dobbiamo crescere, come dobbiamo essere, persino che tipo di persone dovremmo diventare.

Il latte diventa così una piccola, candida ideologia. Bevi il latte e sarai forte.

Che, tradotto sociologicamente significa cresci, ma possibilmente come diciamo noi.

E mentre la società cambia, cambia anche il modo in cui stiamo insieme. La latteria diventa bar. Il bar diventa luogo d'incontro. Il cappuccino diventa rito civile. La tazza diventa quasi un piccolo altare contemporaneo.

Oggi fotografiamo il cappuccino, gli facciamo il cuore, la foglia, magari anche l'unicorno. Perché evidentemente non ci basta più bere.

Dobbiamo attribuire un significato a ciò che beviamo. Abbiamo bisogno di trasformare anche una tazza in una storia.

E forse è proprio questo che fanno le società: prendono le cose quotidiane e ci costruiscono sopra simboli, identità, appartenenze, differenze.

Poi arriva l'altra faccia della questione quando scopri che il latte non è per tutti.

E basta questo piccolo inconveniente per mettere in crisi una delle parole più pericolose che abbiamo inventato: normalità.

Perché la normalità funziona benissimo finché funziona per tutti.

Quando qualcuno non può stare dentro quella misura, improvvisamente scopriamo che quella che chiamavamo normalità era soltanto una convenzione.

E allora il latte diventa una metafora sociale. Una società non si misura da quanto è comoda per chi ci sta bene dentro, ma da quanto è capace di trovare altre strade per chi dentro quella misura non riesce a stare.

Ma Questioni di latte non è una lezione di sociologia. È teatro.

E quindi si ride. Si ricordano le colazioni dell'infanzia, le pellicine sulla superficie del latte, poesia per qualcuno, film horror per qualcun altro, i cappuccini fotografati come esperienze mistiche, le pubblicità, le ossessioni, le nostre piccole manie.

Si attraversano libri, poesie, cinema, miti e racconti nei quali il latte diventa volta per volta vita, desiderio, memoria, erotismo, paura, solitudine, sogno e persino follia.

Perché il latte, nella cultura, non è mai soltanto latte ma un liquido che si porta dietro una quantità spropositata di significati.

E alla fine succede una cosa ancora più pericolosa quando il pubblico entra nello spettacolo.

Non viene soltanto a guardare. Racconta. Un ricordo. Un profumo della mattina. Un oggetto della cucina.

E improvvisamente il latte smette di essere il protagonista. I protagonisti siamo noi e il latte è soltanto il pretesto per tirare fuori le nostre storie e scoprire che, dietro esperienze apparentemente private, esiste quasi sempre una memoria collettiva.

Ed è forse qui che il teatro torna a fare il suo mestiere più antico, mettere in relazione le persone.

Alla fine rimane una tazza. Non importa più cosa ci sia dentro. Latte, soia, avena, senza lattosio, caldo, freddo, con la schiuma o senza.

Non è quello il punto. Il punto è il gesto. Ricevere. Crescere. E, prima o poi, imparare a nutrire qualcun altro.

Perché forse diventare adulti non significa smettere di aver bisogno degli altri ma imparare a non essere soltanto quelli che hanno bisogno di essere nutriti per diventare, finalmente, quelli capaci di nutrire.

Di latte. Di parole. Di presenza. Di cura. Di comunità.

Questa, alla fine, è la vera questione, non il latte. Noi!

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