Commedia
E s'altra cosa vostro amor seduce

Stiamo celebrando la verità, o il suo riflesso?
Il male non si presenta mai con il volto del male. Se così fosse, nessuno lo sceglierebbe.
Si presenta con il volto del desiderio, della bellezza, del riconoscimento, della promessa. Parla la lingua delle nostre aspirazioni più profonde e, proprio per questo, riesce a confondersi con il bene. La sua forza non consiste nel creare il falso, ma nel deformare il vero. È un riflesso che conserva ancora qualcosa della luce da cui proviene.
Questa commedia nasce da una domanda antica quanto l'uomo: che cosa ci seduce davvero?
Non il peccato, non la trasgressione, ma ciò che ci fa sentire più grandi, più importanti, più amati, più necessari. Il male non entra nella nostra vita sfondando una porta: entra quando una ferita chiede di essere guarita e noi accettiamo la cura sbagliata.
Il personaggio di Beppe non è un demone, né un eroe negativo. È uno specchio. Non convince nessuno a fare il male; si limita a restituire a ciascuno l'immagine che desidera vedere di sé. Ed è proprio in questo riconoscimento che si consuma la seduzione più sottile.
Il teatro diventa così il luogo privilegiato dell'indagine. Attori, regista, spettatori e personaggi finiscono per abitare lo stesso spazio morale, dove la rappresentazione si confonde con la realtà e ogni applauso solleva una domanda: stiamo celebrando la verità o il suo riflesso?
Da sociologo, ho sempre creduto che le grandi trasformazioni della società non nascano soltanto dalle idee, ma dai desideri che le precedono. Da uomo di teatro, continuo a credere che il palcoscenico sia uno dei pochi luoghi in cui questi desideri possano mostrarsi senza maschera. Per questo questa non è una commedia sul diavolo, ma sull'uomo; non parla della forza del male, ma della fragilità del bene quando smette di interrogarsi.
Il filo che attraversa tutta l'opera è un verso del Paradiso di Dante, che non offre una risposta, ma una chiave di lettura:
«E s'altra cosa vostro amor seduce, non è se non di quella alcun vestigio, mal conosciuto, che quivi traluce.»
Forse il male ci affascina perché conserva ancora il riflesso di una luce autentica. Il dramma è che, accecati da quel bagliore, finiamo per dimenticare la sorgente.
Se, uscendo dal teatro, lo spettatore non avrà trovato una risposta ma una domanda più profonda sulla propria libertà, allora quest'opera avrà raggiunto il suo scopo. Perché il vero contrario del male non è la paura. È una coscienza capace di riconoscere la differenza, spesso sottilissima, tra la luce e il suo abbaglio.
«E s'altra cosa vostro amor seduce, / non è se non di quella alcun vestigio, / mal conosciuto, che quivi traluce.» — Paradiso
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