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Francesco non è qui

FRANCESCO NONÈ QUIATTO UNICOL'umanità irriducibile di uno chenon voleva essere.ALESSANDRO LA NOCE

L'umanità irriducibile di uno che non voleva essere.

La copertina è in coda: il disegno non è riuscito adesso, il sito ci riprova da solo ogni notte finché non viene. Intanto resta il manifesto qui sopra. Se hai la locandina vera, mettila e la coda si ferma.

Alessandro La Noce firma un testo teatrale potente, tagliente e profondamente contemporaneo che mette San Francesco “dentro” il nostro tempo, non come icona devota da processione, ma come presenza scomoda, ferita, irriducibile. L’opera ambientata a Pinerolo costruisce una grande piazza scenica: una festa pubblica per gli ottocento anni del Santo, musica, coro, istituzioni, religiosi, volontari, amministratori, tutti intenti a celebrarlo in modo rassicurante, turistico, spendibile. Tutti parlano di Lui, tutti lo citano, tutti lo usano. E proprio lì, confuso tra la gente, appare lui: non l’immagine “compatibile”, ma il Francesco concreto, affamato, radicale, che non concede attenuanti. Ne nasce un teatro di collisione. Il protagonista smonta con lucidità quasi brutale la retorica ecclesiastica e civile: la povertà trasformata in gestione, la regola trasformata in burocrazia, il carisma reso innocuo per renderlo praticabile, c’è perfino un riferimento storico al convento dei frati minori pinerolesi. Il dialogo con un sacerdote, un frate e l’autorità civile e un coro di cittadini è un progressivo scoperchiamento di ipocrisie: l’ordine che sostituisce la giustizia, la prudenza che sostituisce il Vangelo, la memoria che diventa vetrina. Lo scontro si fa anche teologico e corporeo, quando Francesco rivendica la sua ferita come ferita inutile, non mitologica: il dolore non come simbolo, ma come carne, come problema, come realtà non “utilizzabile”. Il registro satirico esplode poi nella scena grottesca dell’intervista alle suore e al giornalista, dove la santità viene trasformata in intrattenimento e folklore miracoloso: levitazioni, nuvole obbedienti, biblioteche che nascono dai campi, lupi civilizzati. È l’apoteosi del kitsch religioso e mediatico. Ed è proprio lì che Francesco irrompe, arrabbiato, dolente e ironico, per restituirsi alla sua miseria autentica e alla sua umanità radicale: il vero miracolo non è piegare le spade, ma convincere qualcuno a non usarle; non è far fiorire le pietre, ma ammorbidire i cuori. La Noce costruisce così un’opera che non consola, ma inquieta; non beatifica, ma interroga, e, a rendere questo lavoro ancora più prezioso, nel testo è presente anche il metateatro di una pièce dedicata al Paradiso dantesco, che dialoga con la scena e ne amplifica senso e profondità. Il teatro diventa così tribunale del presente e specchio rovesciato del cristianesimo “gestibile”: un Francesco che non pacifica, ma divide; non unisce le piazze, ma le svuota. La battuta finale: “Se Francesco tornasse oggi, lo cacceremmo per eccesso di francescanesimo”, è il sigillo perfetto: amara, lucidissima, inevitabile. Un testo coraggioso, intelligente, poetico e feroce, che restituisce a San Francesco la sua cosa più scandalosa: non la santità esibita, ma l’umanità irriducibile.

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