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Dialogo platonico tra un assessore alla legalità e una coscienza invisibile

Il caso Gige

Copertina disegnata per Il caso Gige

Quando il linguaggio si fa nebbia per coprire i fatti.

C’è un momento preciso, verso la fine del primo atto di Il Caso Gige, in cui lo spettatore avverte un brivido familiare, quasi domestico. Non è il brivido del dramma classico, ma quello, ben più sottile, della modulistica pubblica. È il momento in cui ci si rende conto che l’Ufficio per la Trasparenza e la Legalità messo in scena dall’autore non è una distopia kafkiana, ma il riflesso esatto di qualsiasi consiglio d'amministrazione o segreteria comunale dei nostri giorni.

La commedia. se così si può definire un testo che fa ridere di pancia per poi stringere la gola, prende il mito platonico dell’anello che rende invisibili e lo scaraventa dentro un software di digitalizzazione degli archivi che, per l’appunto, funziona solo per i documenti che nessuno cerca. L'invisibilità, ci suggerisce la drammaturgia, non è più un prodigio magico da pastori della Lidia; oggi si chiama "contesto", si chiama "disallineamento procedurale", si chiama "comunicazione istituzionale". È il linguaggio che si fa nebbia per coprire i fatti.

Il nucleo sociologico dello spettacolo ruota attorno a tre figure monumentali nella loro ordinaria amoralità. C’è Giorgio, l’assessore che ha scambiato la legalità per un calendario di scadenze e la fiducia per una strategia di marketing; c’è Marta, la spin doctor che sa perfettamente che "la verità, senza una buona strategia di comunicazione, è soltanto un fatto che non ha ancora trovato un avvocato"; e infine c’è Renato, il vero motore cinico della pièce, il filosofo del mutuo bancario, colui che liquida i principi morali come mobili antichi, bellissimi, ma troppo costosi da traslocare.

Dall'altro lato della barricata linguistica si muovono le vittime della trasparenza: Elena, la funzionaria rigida che commette l'errore imperdonabile di credere che la verità sia sufficiente, e Luca, il tecnico informatico che trova l'anello (ovvero le prove del collaudo truccato) e scopre la vertigine del potere ricattatorio.

Il bisticcio tra i personaggi non è mai solo verbale, è una spietata trattativa di mercato. Perché la tesi più comica e disarmante dello spettacolo è che la coscienza non sia un valore assoluto, ma una variabile dipendente dalle rate da pagare. Come ricorda il Professore, una sorta di coro greco in pensione che distribuisce sentenze sociologiche, la coscienza non lavora a tempo pieno: interviene quasi sempre come il servizio clienti, quando il danno è già stato fatto e l’utente è ormai rassegnato.

La regia pulita esaspera il ritmo dei dialoghi, trasformando la sala riunioni in un vero e proprio tribunale delle apparenze, dove chi segnala l'illecito viene sospeso come "misura organizzativa" e chi paga le fatture fasulle continua a governare sereno.

Si esce da teatro con una certezza scomoda: Il Caso Gige ci dimostra che l'impunità non è una falla del sistema giudiziario, ma una tentazione strutturale dell'animo umano, e che, per fare del male nel 2026, non serve affatto un anello magico. Basta semplicemente che nessuno, intorno a noi, abbia proprio voglia di guardare.

Uno spettacolo necessario, cinico il giusto, brillantemente scorretto

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